EA7 Milano Marathon: “perché i limiti, come le paure, sono spesso solo un’illusione*”

 

Mi giro nel letto e controllo l’orologio: 4.31 a.m. “E’ troppo presto Gianni, riposa ancora un po’ ” – sussurro a me stesso. Difficile: questa mattina correrò la mia quarta maratona, la prima dopo quasi 5 anni. Agitazione abbastanza comprensibile, e allora cerco un diversivo, una distrazione: “Accendi il cellulare e guarda il risultato di North Carolina alle semifinali del campionato di basket universitario statunitense” – penso. Ma la partita potrebbe non essere finita, e quindi mi rigiro ancora un po’ nel letto.

Dopo poco più di un’ora, rompo gli indugi e mi alzo, e inizio tutta una serie di rituali che non facevo da un po’ di tempo. Con calma, procedo con colazione, vestizione, controllo sacca, e ultime verifiche. Riguardo sul cellulare i messaggi di incitamento degli amici per darmi un po’ di carica. Saluto mia moglie, che si raccomanda di non esagerare. La tranquillizzo, mi vesto e scendo ad aspettare mio fratello, al suo esordio in maratona. Mentre attraverso il giardino, cominica a piovere. Max arriva con i canonici 5 minuti di ritardo tirando il freno a mano e facendo slittare le gomme sull’asfalto. Sorrido, monto in macchina, e via verso Lampugnano. Si chiacchiera, e ci si carica con “Born to Run” del Boss sparata a palla in auto. Arriviamo al parcheggio, ultimo controllo alla sacca e via verso la metropolitana e i Giardini Montanelli.

Il cielo plumbeo ci accoglie in cima alle scale. Gli addetti ci segnalano dove andare, tutti rigorosamente griffati dai giubbottini EA7. All’interno dei giardini un palco con un gruppo musicale già intento a intrattenere i runner, i vari gazebo e tanti runners. Io e Max troviamo una panchina e cominciamo la preparazione finale. Passano i keniani in riscaldamento, passano per un secondo giro e sono solo in tre. Max sbotta: “Oh, han già fatto selezione”. Una risata rompe la tensione. Consegna sacca un po’ difficoltosa, i camion son posizionati in una vietta laterale con accesso e deflusso difficili. E’ ora di entrare in griglia, un saluto e un abbraccio a Max: “Dai, ci vediamo all’arrivo”. Un po’ di emozione, ed entro nella mia griglia, la penultima. Max, che vanta un personale in mezza ben inferiore al mio, va avanti.

Da questo momento, e per le successive 4 ore e rotte, smetto di parlare. Le uniche parole che proferisco durante il lungo viaggio di 42 km sono “grazie” agli applausi e agli incitamenti che ricevo lungo il percorso. Per il resto il dialogo è tutto interiore, per tenere a bada le paure e i timori di ritornare a correre questa distanza. Ho fatto tre maratone finora, tutte finite comunque in grossa difficoltà. E due preparate negli ultimi due anni, ma che non mi hanno visto partente a causa di infortuni a pochi giorni prima della partenza. Già essere qui in partenza, pettorale appuntato sulla canotta San Marco, è la mia prima vittoria. Ma adesso questi 42195 mt vanno corsi, e possibilmente vanno corsi tutti, senza camminare.

Lo sparo, i primi metri con la folla che ci acclama e la musica a palla. Dei primi 5 km ricordo solo uno “cinque” battuto fortissimo sulla mano di Michele sul falsopiano che poi vedrà ripassare i runners al km 41. Michele non se l’aspettava. Mi ha dato un po’ di carica. Proseguo, e noto alcuni splendidi balconi ornati di glicini in viale Maino; sempre suggestivo – poi – il passaggio lungo il Duomo, meno, invece, quello in via Montenapoleone, sicuramente la parte più “fredda” della maratona, dove qualche turista si lamenta perché non può andare dall’altra parte della strada a vedere la sua vetrina preferita. Il passaggio ai 10 km è forse leggermente sopra ritmo, guardo l’orologio, sto molto bene ma la maratona non perdona: rallento.

Nei successivi 5 km c’è da fare “avanti e indietro” lungo via Washington. Mi metto a destra lungo la transenna e cerco Max e la sua maglietta giallo fluo. Mi vede prima lui e mi grida:” Dai Gianni!”; cinque volante e via, giro di boa, si ritorna in Piazza Piemonte e via verso viale Scarampo e la zona più a nord del percorso. Sempre, per ora, in controllo, con molta attenzione anche all’integrazione. Seguo con scupolosità i consigli di Marta, mio coach per questa maratona; mi alimento prendendo piccoli sorsi di gel ogni 7 km. Al 17 km incrocio Koech sul controviale, il keniano è già al km 35 e si sta involando verso la vittoria e record del percorso. Applausi.

Passaggio alla mezza, tutto bene. Proseguiamo verso San Siro e il Parco Trenno mentre gli staffettisti (ma quanti sono??? Io continuavo a correre in zona cambio lungo il corridoio riservato ai maratoneti e non finivano mai…) cominciano a superarci in numero sempre crescente. Non mi lascio distrarre. Questa è la parte più difficile, la gente ai bordi del percorso è più diradata, e bisogna tener duro. Comunque sto bene e al km 30, come mi aveva preannunciato lei il giorno prima, mi viene in mente Marta. Un sorriso, (o meglio, arrivati a questo punto, una paresi) e proseguo.

Piazzale Accursio e poi il Parco del Portello. Salitella (fatta al contrario a Settembre dell’anno scorso durante il Milano City Trail) ma la “digerisco” accorciando il passo. Giù verso viale Scarampo svolta a sinistra, dove avevo incrociato Koech molto tempo prima: trentacinquesimo km. “Comincia adesso la maratona, vero Marta?” Me la immagino sorridere e annuire.

Il passo medio è sempre buono, ma c’è una novità: è uscito il sole. In effetti comincio da km 35 in poi ad avere più sete di prima. Non è un buon segno, ma non mi agito: metto la mano nelle vasche dello spugnaggio per bagnarmi polsi e collo, raccolgo una mezza bottiglietta da terra per bere un po’ di più. Corso Sempione: ad ogni segnalazione chilometrica sul terreno, comincio a fare i calcoli: “5 x 7 =35. Anche andando a 7 al km è personale Gianni”. Continuo a correre, ma comincio a sentire qualche dolorino in più: il ginocchio e il piede sinistro. Sento in testa Marta che mi grida “Non mollare”, ma ormai è quasi fatta. Quarantesimo km, Piazza Lega Lombarda, ultimo ristoro. Ultimi sorsi d’acqua, mi bagno il collo e la testa, controllo il gps: il passo si è fatto più lento e pesante. Io continuo con la tabellina del 7: 7×2=14. E’ sempre personale virtuale.

Piazza della Repubblica, cartello dell’ultimo km, leggera salita. C’è il pubblico che ci incita, ormai manca poco, scollino e scendo. Al cartello dei 250 mt lancio addirittura la volata dando il 5 alle persone che sono lungo il rettilineo d’arrivo, dopo averlo distribuito ai bambini lungo tutto il percorso. Guardo il gps, è fatta ormai. Sguardo al clielo e dedica a chi da lassù mi guarda correre. 4:11:59, un minuto in meno del personale e maratona corsa tutta fino all’ultimo metro. Non mi fermo: cammino mentre mi godo il momento, non nascondendo una certa emozione. Il mio primo pensiero va a Michy e ai ragazzi, che han dovuto sopportare questi mesi di allenamenti. Grazie. Il secondo pensiero va a Max. “Andiamo a cercarlo” – penso. Ritiro del pacco “mangereccio” di fine gara: pesa come un macigno sulle spalle. Soffro quasi di più al ritiro borse, dove c’è una discreta confusione (bisogna far qualcosa qui, cari organizzatori) e –complice il sole – mi agito leggermente. Tiro fuori da bere dalla sacca ristoro e mi riprendo subito. Finalmente recupero la borsa e vado verso il punto d’incontro con Max. Lo vedo alla mia sinistra, su una panchina già intento a cambiarsi. “Allora come è andata?” “Bene, dai: 4 ore e 36 secondi. Peccato quei 36 secondi, ma ho fatto il conto sul gps e non sui cartelloni sul percorso”. E giù una risata. “Poi soffro le salite” – mi fa. E io “See salite, dove c…aspita le hai viste?”. Altre risate.

Selfie, risposte ai messaggi degli amici che ci chiedono come è andata. Poi cominciamo a cambiarci lentamente, stretching. Le mie gambe son due tronchi di legno, ma piano piano riesco a tornare a deambulare. Max è messo meglio. Piano piano, andiamo verso la metropolitana, poi al parcheggio e infine all’Autogrill.

“Visto che abbiam fatto bene usare l’auto? Dove potevamo mangiare i tortellini alle 4 del pomeriggio?”  Ha ragione, grande Max.

 

Giornata davvero fantastica, piena di emozioni e di soddisfazioni. Il personale, la medaglia di una maratona splendida (mi è piaciuta moltissimo), non aver mai camminato per tutti i 42195 mt, l’aver condiviso questa giornata con mio fratello. Tanti ringraziamenti da fare, in primis alla mia famiglia, poi a Marta (grazie, Colonnello), agli amici e amiche della Pista Alcoolica e della SanMarco e a tutti gli amici che mi hanno incoraggiato e sostenuto. E adesso, un pochino di riposo, credo meritato.

 

 

*Because limits, like fears, are often just an illusion (Michael Jordan)

Dedicato ad Aldo e Ambrogio. Questa maratona è per voi

 

Gianni Colombo

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